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Illustrazioni su carta


Polaroid a parete e manufatto in tazza cucito a mano


Quadro in stampo di marmellata e caramello e altre Polaroid


Tomino di pezzo d'infanzia sotto caramello

RASSEGNA STAMPA:

Quelli che giungono agli ottanta succhiano i piccini; quelli che non passano i diciotto succhiano gli anziani. Sembra che l’uomo nasca e viva per essere succhiato.

Laura Marcon ha scelto come proprio nom de plume una sorta d’acronimo che dovrebbe, secondo la sua intima convinzione, richiamare alla mente un carattere ingenuamente malizioso, vivace, giocoso e un po’ monello, comunque inoffensivo. Tuttavia, a chi scrive, il nome Malaura richiama situazioni e figure letterarie tutt’altro che rassicuranti (basti pensare al Maldoror di Lautréamont) o parole, che poco sanno di gioco e spensieratezza (malaria, malaugurio,…); usando, poi, con disinvoltura il segno dell’elisione, possiamo pervenire ad esiti altrettanto sinistri: ad esempio, mal’aura, per indicare una cattiva aura, malefica, sulfurea, termini che ben s’addicono agli oggetti presentati e, in particolare, al personaggio che li ha ispirati. Tengo a precisare che nulla vi è di estremo nella personalità dell’artista, niente che possa accomunarla alla “Saponificatrice di Correggio”; ciò detto, Malaura non ha comunque mancato al suo impegno: si è lasciata sì tentare da un demone suadente, ma solo quel tanto che le è servito per indagare, attraverso il mezzo estetico, il tormento a cui vanno spesso incontro le anime fragili, indagine che le ha fatto vivere in prima persona la profonda ed oscura dicotomia fra candore e amoralità, fra innocenza e depravazione. In un involucro fatto di rimandi all’infanzia e di caramello, si nascondono i peggiori scongiuri ed esorcismi atti a proteggere, a salvare, chi ci sta a cuore, anche a costo della vita degli altri, di coloro che ci circondano, ma che non fanno direttamente parte del nostro cerchio di affetti. Gli incantesimi ossessivi di Malaura si materializzano sotto forma di ectoplasmi della consistenza e del colore della confettura; sono fiabe per bambini non edulcorate, che hanno mantenuto il loro originale contenuto di violenza, non censurate dall’ipocrisia bigotta e perbenista della società che vede la puerizia come un’età innocente – l’artista, al contrario, ne riconosce la fondamentale matrice anarcoide infarcita di crudeltà. Quelle che osserviamo sono autentiche testimonianze di una ritualità domestica, popolare, di magia bianca costretta a vestirsi di nero, di buone intenzioni che trasformano una madre amorevole in un carnefice spietato; e di questa donna l’artista ci mostra i sogni di madre a lungo mancata, i figli nati morti, il destino di quelli sopravvissuti vaticinato nei fondi del caffé, il sangue rappreso delle vittime straziate, offerte in olocausto alla morte.
Tommaso Decarli